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La Battaglia del Solstizio2020-03-10T19:39:54+01:00

La Battaglia del Solstizio

La 4^ Armata italiana, dopo un inverno passato a riorganizzarsi e ad edificare le difese e i ricoveri necessari a proteggersi dal clima rigidissimo, attese l’urto dell’XI^ Armata austroungarica che nel frattempo aveva sostituito la XIV^ formata anche dai tedeschi, questi ultimi rientrati a combattere sul fronte occidentale.
Verso la fine di Aprile, anche il comandante, generale Di Robilant, dopo aver magnificamente condotto le truppe nella battaglia precedente, lasciò il campo e venne sostituito dal generale Giardino. Ma la vera novità fu la realizzazione di un opera sotterranea di dimensioni  strepitose, il cosiddetto “Nocciolo del Grappa” ovvero la “Galleria Vittorio Emanuele III° ”.

Completata a maggio, in sei mesi di intensi lavori, aveva lo scopo di permettere alle fanterie di raggiungere le linee di combattimento del Pertica e della Croce dei Lebi, senza esporsi ai nudi costoni sommitali, costantemente battuti dal fuoco nemico.
Grazie ad essa, gli italiani, avrebbero potuto creare uno sbarramento d’artiglieria impressionante collocando al suo interno cannoni e obici che, protetti da scudi blindati e dallo strato di roccia sovrastante, avrebbero falciato le ondate d’attacco austriache.

Per questi ultimi, era essenziale cercare di sconfiggere gli italiani in una battaglia che, nelle loro speranze, li avrebbe portati ad oltrepassare il Piave ed il massiccio del Grappa, potendo così piombare sulla restante parte della Pianura Padana ed impossessarsi delle importanti aree produttive del Regno d’Italia. In questo modo, congiuntamente ad una vittoria tedesca in Francia, gli imperi centrali avrebbero potuto intavolare una trattativa con gli americani, i quali giungevano in Europa ad un ritmo di 250.000 uomini al mese e che quindi ben presto avrebbero fatto pendere l’ago della bilancia nettamente a favore delle potenze dell’Intesa.
L’attesa per lo scontro definitivo fu preceduta da importanti lavori svolti da entrambi gli eserciti, tesi a garantire il trasporto in quota dei tanti materiali necessari alla guerra, (vennero improntate teleferiche, strade carreggiabili e camionabili e mulattiere), l’approvvigionamento idrico con acquedotti e stazioni di pompaggio, (in tal senso i più svantaggiati furono gli austroungarici che disponevano di solo mezzo litro di acqua al giorno per dissetarsi) e il riparo dalle granate, scavando decine di migliaia di gallerie.

La 4^ Armata italiana, dopo un inverno passato a riorganizzarsi e ad edificare le difese e i ricoveri necessari a proteggersi dal clima rigidissimo, attese l’urto dell’XI^ Armata austroungarica che nel frattempo aveva sostituito la XIV^ formata anche dai tedeschi, questi ultimi rientrati a combattere sul fronte occidentale.
Verso la fine di Aprile, anche il comandante, generale Di Robilant, dopo aver magnificamente condotto le truppe nella battaglia precedente, lasciò il campo e venne sostituito dal generale Giardino. Ma la vera novità fu la realizzazione di un opera sotterranea di dimensioni  strepitose, il cosiddetto “Nocciolo del Grappa” ovvero la “Galleria Vittorio Emanuele III° ”.

Completata a maggio, in sei mesi di intensi lavori, aveva lo scopo di permettere alle fanterie di raggiungere le linee di combattimento del Pertica e della Croce dei Lebi, senza esporsi ai nudi costoni sommitali, costantemente battuti dal fuoco nemico.
Grazie ad essa, gli italiani, avrebbero potuto creare uno sbarramento d’artiglieria impressionante collocando al suo interno cannoni e obici che, protetti da scudi blindati e dallo strato di roccia sovrastante, avrebbero falciato le ondate d’attacco austriache.

Per questi ultimi, era essenziale cercare di sconfiggere gli italiani in una battaglia che, nelle loro speranze, li avrebbe portati ad oltrepassare il Piave ed il massiccio del Grappa, potendo così piombare sulla restante parte della Pianura Padana ed impossessarsi delle importanti aree produttive del Regno d’Italia. In questo modo, congiuntamente ad una vittoria tedesca in Francia, gli imperi centrali avrebbero potuto intavolare una trattativa con gli americani, i quali giungevano in Europa ad un ritmo di 250.000 uomini al mese e che quindi ben presto avrebbero fatto pendere l’ago della bilancia nettamente a favore delle potenze dell’Intesa.
L’attesa per lo scontro definitivo fu preceduta da importanti lavori svolti da entrambi gli eserciti, tesi a garantire il trasporto in quota dei tanti materiali necessari alla guerra, (vennero improntate teleferiche, strade carreggiabili e camionabili e mulattiere), l’approvvigionamento idrico con acquedotti e stazioni di pompaggio, (in tal senso i più svantaggiati furono gli austroungarici che disponevano di solo mezzo litro di acqua al giorno per dissetarsi) e il riparo dalle granate, scavando decine di migliaia di gallerie.

La battaglia ebbe inizio il 15 giugno 1918, dall’Astico al mare su di un fronte di 140 chilometri.

Visti i precedenti insuccessi nel settore del massiccio rivolto verso il Piave e la impossibilità di sfondare la munitissima linea di Cima Grappa, gli imperiali concentrarono i loro sforzi nel settore occidentale della montagna, forti di una superiorità numerica di 80.000 uomini contro i 65.000 degli italiani.
Alle 3:00 del mattino l’artiglieria austriaca cominciò a battere l’intero fronte e dalle 3e50 rallentò il tiro.
Alle 7:40 iniziò l’assalto, favorito da una fittissima nebbia, del XXVI Corpo imperiale. L’Asolone e la confluente Val Damoro vennero aggrediti con una manovra improvvisa e gruppi di assaltatori riuscirono ad infiltrarsi fino al Cibara e ad interrompere momentaneamente il flusso di rifornimenti sulla Strada Cadorna.

Analogamente tramite la Val Pottazzo alcune avanguardie giunsero nei pressi del ponte di San Lorenzo.
In direzione del Monte Coston si riuscì a contenere la spinta offensiva degli austoungarici.
La resistenza italiana arginò l’ondata, ma la marea umana inondò anche il settore dei Colli Alti dove, dopo una avanzata leggendaria, i soldati ungheresi si fermarono su quota 1248 del Col Raniero, a contatto con le linee di massima resistenza avversarie.
Intanto il IX° Reparto d’Assalto venne lanciato contro le truppe che sul Col del Gallo attendevano di ricevere rinforzi e munizioni.

La battaglia ebbe inizio il 15 giugno 1918, dall’Astico al mare su di un fronte di 140 chilometri.

Visti i precedenti insuccessi nel settore del massiccio rivolto verso il Piave e la impossibilità di sfondare la munitissima linea di Cima Grappa, gli imperiali concentrarono i loro sforzi nel settore occidentale della montagna, forti di una superiorità numerica di 80.000 uomini contro i 65.000 degli italiani.
Alle 3e00 del mattino l’artiglieria austriaca cominciò a battere l’intero fronte e dalle 3e50 rallentò il tiro.
Alle 7e40 iniziò l’assalto, favorito da una fittissima nebbia, del XXVI Corpo imperiale. L’Asolone e la confluente Val Damoro vennero aggrediti con una manovra improvvisa e gruppi di assaltatori riuscirono ad infiltrarsi fino al Cibara e ad interrompere momentaneamente il flusso di rifornimenti sulla Strada Cadorna.
Analogamente tramite la Val Pottazzo alcune avanguardie giunsero nei pressi del ponte di San Lorenzo.
In direzione del Monte Coston si riuscì a contenere la spinta offensiva degli austoungarici.
La resistenza italiana arginò l’ondata, ma la marea umana inondò anche il settore dei Colli Alti dove, dopo una avanzata leggendaria, i soldati ungheresi si fermarono su quota 1248 del Col Raniero, a contatto con le linee di massima resistenza avversarie.
Intanto il IX° Reparto d’Assalto venne lanciato contro le truppe che sul Col del Gallo attendevano di ricevere rinforzi e munizioni.

Scrisse degli arditi lo scrittore americano Ernest Hemingway, presente sul Grappa con le ambulanze dell’American Res Cross: « Sono la migliore banda del mondo. Tu credi che siano tutti criminali. All’inizio si pensava che lo fossero. Ora ce ne sono delle migliori famiglie d’Italia. Dubito che in altri eserciti esistano migliori truppe d’urto».
In poche ore il terreno perso venne riconquistato e si fecero numerosi prigionieri.
Anche nel settore est deboli successi locali (Porte di Salton e Cà Tasson) non diedero la spinta sperata all’avanzata austriaca e i comandi imperiali dovettero prendere coscienza del fatto che l’esercito del generale Diaz non era più quello di Caporetto.

Il giorno 16 il primo fatto d’arme importante fu la vittoria sul Col Moschin ancora ad opera degli arditi e la riconquista delle trincee nel settore Col Farine e Monte Asolone.
Solo nel settore dei Solaroli (quote 1601 PyramidenKuppe, 1672 e 1678) fu possibile annoverare qualche progresso da parte degli attaccanti.
Il tributo pagato da entrambe le parti fu altissimo: 13.997 uomini fuori combattimento per gli italiani e 18.782 per gli austroungarici.
Per questi ultimi non si trattò soltanto di resistere in una battaglia fortemente voluta ed attesa con grande speranza, ma in gioco vi era la sopravvivenza stessa della monarchia che, da quella battaglia, non fu più in grado di riprendersi.

 

(estratto dal libro “Ciò che resta” – edizioni Museo della Grande Guerra – Baita Monte Asolone)

Scrisse degli arditi lo scrittore americano Ernest Hemingway, presente sul Grappa con le ambulanze dell’American Res Cross: « Sono la migliore banda del mondo. Tu credi che siano tutti criminali. All’inizio si pensava che lo fossero. Ora ce ne sono delle migliori famiglie d’Italia. Dubito che in altri eserciti esistano migliori truppe d’urto».
In poche ore il terreno perso venne riconquistato e si fecero numerosi prigionieri.
Anche nel settore est deboli successi locali (Porte di Salton e Cà Tasson) non diedero la spinta sperata all’avanzata austriaca e i comandi imperiali dovettero prendere coscienza del fatto che l’esercito del generale Diaz non era più quello di Caporetto.
Il giorno 16 il primo fatto d’arme importante fu la vittoria sul Col Moschin ancora ad opera degli arditi e la riconquista delle trincee nel settore Col Farine e Monte Asolone.
Solo nel settore dei Solaroli (quote 1601 PyramidenKuppe, 1672 e 1678) fu possibile annoverare qualche progresso da parte degli attaccanti.
Il tributo pagato da entrambe le parti fu altissimo: 13.997 uomini fuori combattimento per gli italiani e 18.782 per gli austroungarici.
Per questi ultimi non si trattò soltanto di resistere in una battaglia fortemente voluta ed attesa con grande speranza, ma in gioco vi era la sopravvivenza stessa della monarchia che, da quella battaglia, non fu più in grado di riprendersi.

  (estratto dal libro “Ciò che resta” – edizioni Museo della Grande Guerra – Baita Monte Asolone)

La Battaglia del Solstizio