Il Giardino delle Menzogne IX-XII

Lettera IX

20 maggio 1916

Zona di guerra

Ti ricordi lo spioncino, tra le assi, che avevamo scoperto nel fienile di nonno? Era il nostro segreto. Salivamo le scale di legno, che portano in cima, a due, a due e assaporavamo tutte le scoperte che, attraverso di esso, assumevano un sapore così diverso: saper di potere scrutare gli altri senza essere visti!

Ricordo, come fosse ieri, quando abbiamo scoperto il nascondiglio del tabacco dello zio Otto e quella volta, di sera, che abbiamo smascherato il ladro di uva; non era la volpe, come credevano tutti. Il vero problema, fu poi raccontare come potemmo rendercene conto, senza svelare il nostro trucco.

Era ben al sicuro il nostro covo; se qualcuno fosse salito in cima, avremmo sentito scricchiolare gli scalini di larice e con quel vecchio tappo da botte, richiuso “l’osservatorio”.

Credi, fratello mio, qui non si gioca e non si scherza. Tramite uno sportellino, applicato allo scudo davanti a me, posso scorgere il profilo delle posizioni nemiche. Anche qui, come a casa, la luce del tramonto può tradirti e rivelare l’apertura dello spioncino. Una palla in faccia è ciò che ti attende se cadi in questo errore. L’ho visto fare ad una recluta, oggi, davanti ad i miei occhi. Il colpo, esploso dal cecchino, è entrato tra naso ed occhio destro ed uscendo dalla nuca ha portato con se mezzo cervello dello sfortunato. Cosparso di sangue del mio compagno ho passato il tempo che mi restava, prima dell’attacco, a ripulirmi dalla materia grigia.

E’così dunque che si può morire?

Forse si, se è così, d’altronde, che si può vivere.

Lettera IX

20 maggio 1916

Zona di guerra

Ti ricordi lo spioncino, tra le assi, che avevamo scoperto nel fienile di nonno? Era il nostro segreto. Salivamo le scale di legno, che portano in cima, a due, a due e assaporavamo tutte le scoperte che, attraverso di esso, assumevano un sapore così diverso: saper di potere scrutare gli altri senza essere visti!

Ricordo, come fosse ieri, quando abbiamo scoperto il nascondiglio del tabacco dello zio Otto e quella volta, di sera, che abbiamo smascherato il ladro di uva; non era la volpe, come credevano tutti. Il vero problema, fu poi raccontare come potemmo rendercene conto, senza svelare il nostro trucco.

Era ben al sicuro il nostro covo; se qualcuno fosse salito in cima, avremmo sentito scricchiolare gli scalini di larice e con quel vecchio tappo da botte, richiuso “l’osservatorio”.

Credi, fratello mio, qui non si gioca e non si scherza. Tramite uno sportellino, applicato allo scudo davanti a me, posso scorgere il profilo delle posizioni nemiche. Anche qui, come a casa, la luce del tramonto può tradirti e rivelare l’apertura dello spioncino. Una palla in faccia è ciò che ti attende se cadi in questo errore. L’ho visto fare ad una recluta, oggi, davanti ad i miei occhi. Il colpo, esploso dal cecchino, è entrato tra naso ed occhio destro ed uscendo dalla nuca ha portato con se mezzo cervello dello sfortunato. Cosparso di sangue del mio compagno ho passato il tempo che mi restava, prima dell’attacco, a ripulirmi dalla materia grigia.

E’così dunque che si può morire?

Forse si, se è così, d’altronde, che si può vivere.

Lettera X

20 maggio 1916

Zona di guerra

Mattino. Improvviso su tutto il campo di battaglia è sceso, se così si può dire, il silenzio; ovunque, fucilate ed esplosioni, ma lo scoppio delle granate non era più continuo. Un fischietto, dieci, cento. Intontiti ed inebetiti ci siamo alzati. Sono uscito dalla trincea solo con il più grande degli sforzi. Le gambe, come paralizzate, non si muovevano e non osavo posare lo sguardo su ciò che stava oltre lo spalto. Ho presagito la morte più orribile e la paura mi inchiodava sul posto.

Non era timore di morire, ma il pensiero di restare ferito, di soffrire. Dilaniato ed agonizzante, sfregiato per sempre al volto magari o senza braccia.

Questo turbinio di idee, mamma, è durato un istante e poi mi sono ritrovato fuori.

Avrei voluto correre, ma i corpi dei miei compagni morti, erano tanti che non sapevo dove mettere i piedi! Intorno a me il caos. Uomini ovunque e nessuno che sapesse esattamente da che parte dirigersi. Ho visto una valletta e mi ci sono buttato. Una mano mi ha afferrato la caviglia e d’istinto ho rivolto il fucile tra i fumi, sparando a bruciapelo. Solo dopo un istante ho capito di aver sparato ad un mio commilitone. Il foro sul torace non dava speranze…Dio mi perdoni, ho…ucciso un uomo.

Stavo chino verso di lui, con le mani orrendamente imbrattate. Mi ha rivolto lo sguardo, non c’era odio, ma solo la più cupa rassegnazione. “Io avrei fatto lo stesso”, sono state le sue ultime parole, tra una tosse schiumosa e fiotti neri come la pece. Uno strattone sul braccio, da parte di una squadra giunta dal bosco in fiamme, e ancora avanti!

Voci incontrollate: “il nemico ha sfondato!”, “il nemico è in rotta!”, “dov’è il nemico?”. Schianti ed esplosioni ovunque, grida isteriche, ululati profondi. L’aria densa di polvere nera lasciava intravvedere macabre danze di uomini scossi ed impazziti, in un carnaio disumano. Non un metro di terreno era scampato alla più totale devastazione, la trebbia della morte calata su ogni forma di vita.

Non so quanto tutto questo sia durato. Un tramonto rosso ha fissato, sgomento, i toni degli incendi e dei crani spappolati, fiumi di porpora ingrossati da mille affluenti umani.

Ho cercato in tutti i modi, mamma, di discernere la realtà da ciò che stavo vivendo, ma nonostante tutti i miei sforzi, non ho trovato altra certezza che quella di essere piombato all’inferno.

Lettera X

20 maggio 1916

Zona di guerra

Mattino. Improvviso su tutto il campo di battaglia è sceso, se così si può dire, il silenzio; ovunque, fucilate ed esplosioni, ma lo scoppio delle granate non era più continuo. Un fischietto, dieci, cento. Intontiti ed inebetiti ci siamo alzati. Sono uscito dalla trincea solo con il più grande degli sforzi. Le gambe, come paralizzate, non si muovevano e non osavo posare lo sguardo su ciò che stava oltre lo spalto. Ho presagito la morte più orribile e la paura mi inchiodava sul posto.

Non era timore di morire, ma il pensiero di restare ferito, di soffrire. Dilaniato ed agonizzante, sfregiato per sempre al volto magari o senza braccia.

Questo turbinio di idee, mamma, è durato un istante e poi mi sono ritrovato fuori.

Avrei voluto correre, ma i corpi dei miei compagni morti, erano tanti che non sapevo dove mettere i piedi! Intorno a me il caos. Uomini ovunque e nessuno che sapesse esattamente da che parte dirigersi. Ho visto una valletta e mi ci sono buttato. Una mano mi ha afferrato la caviglia e d’istinto ho rivolto il fucile tra i fumi, sparando a bruciapelo. Solo dopo un istante ho capito di aver sparato ad un mio commilitone. Il foro sul torace non dava speranze…Dio mi perdoni, ho…ucciso un uomo.

Stavo chino verso di lui, con le mani orrendamente imbrattate. Mi ha rivolto lo sguardo, non c’era odio, ma solo la più cupa rassegnazione. “Io avrei fatto lo stesso”, sono state le sue ultime parole, tra una tosse schiumosa e fiotti neri come la pece. Uno strattone sul braccio, da parte di una squadra giunta dal bosco in fiamme, e ancora avanti!

Voci incontrollate: “il nemico ha sfondato!”, “il nemico è in rotta!”, “dov’è il nemico?”. Schianti ed esplosioni ovunque, grida isteriche, ululati profondi. L’aria densa di polvere nera lasciava intravvedere macabre danze di uomini scossi ed impazziti, in un carnaio disumano. Non un metro di terreno era scampato alla più totale devastazione, la trebbia della morte calata su ogni forma di vita.

Non so quanto tutto questo sia durato. Un tramonto rosso ha fissato, sgomento, i toni degli incendi e dei crani spappolati, fiumi di porpora ingrossati da mille affluenti umani.

Ho cercato in tutti i modi, mamma, di discernere la realtà da ciò che stavo vivendo, ma nonostante tutti i miei sforzi, non ho trovato altra certezza che quella di essere piombato all’inferno.

Lettera XI

25 maggio 1916

Zona di guerra

Sera.

Avanziamo lungo la valle, tra le rovine di quello che un tempo era il mondo. Le scarpe chiodate, di migliaia di uomini, profanano il territorio che un tempo fu di pastori e viandanti e prima ancora di lupi ed orsi.

Lunghe teorie di prigionieri si dirigono in senso opposto al nostro. Accennano a timidi sorrisi, chiedono pane o qualcosa da mangiare. Gesticolano avvicinando la mano alla  bocca e ringraziano di continuo. Questo loro atteggiamento dimesso mi infastidisce, eppure, provo nel contempo, pietà e compassione, specie quando vedo la fede, al dito di qualcuno tra essi. Li osservo e cerco di cogliere le diversità tra noi. Alcuni sono di carnagione particolare e capelli e barbe richiamano altre origini.

Quando però li vedo, impauriti e fragili, non posso che leggere me stesso nei loro occhi. Il gioco delle parti mi vorrebbe, forse, freddo aguzzino nei confronti degli sconfitti, ma non provo altro che pena per lo stato in cui versiamo tutti, noi e loro: cenciosi e coperti di pidocchi, sporchi e stanchi, smemori dell’ultimo bagno, dell’ultimo pasto, dell’ultimo sonno. Fatico a capire il senso di tutta questa distruzione. Sul ciglio della carrareccia, obici di grosso calibro stanno, come giganti di argilla chini e muti, in attesa di un risveglio futuro. I dispacci, portati dalle staffette, incrociano i reparti e le voci dicono che laddove noi avanziamo, il nemico, il altri punti più lontani del fronte resiste e prepara a propria volta un attacco massiccio che ci schiaccerà.

Volevo scrivere padre. Diventare un romanziere e viaggiare il più possibile per conoscere genti e luoghi. Non avrei mai immaginato di trovarmi a farlo in questo modo.

Saprò tornare quello di un tempo?

Lo vorrò?

Lettera XI

25 maggio 1916

Zona di guerra

Sera.

Avanziamo lungo la valle, tra le rovine di quello che un tempo era il mondo. Le scarpe chiodate, di migliaia di uomini, profanano il territorio che un tempo fu di pastori e viandanti e prima ancora di lupi ed orsi.

Lunghe teorie di prigionieri si dirigono in senso opposto al nostro. Accennano a timidi sorrisi, chiedono pane o qualcosa da mangiare. Gesticolano avvicinando la mano alla  bocca e ringraziano di continuo. Questo loro atteggiamento dimesso mi infastidisce, eppure, provo nel contempo, pietà e compassione, specie quando vedo la fede, al dito di qualcuno tra essi. Li osservo e cerco di cogliere le diversità tra noi. Alcuni sono di carnagione particolare e capelli e barbe richiamano altre origini. Quando però li vedo, impauriti e fragili, non posso che leggere me stesso nei loro occhi. Il gioco delle parti mi vorrebbe, forse, freddo aguzzino nei confronti degli sconfitti, ma non provo altro che pena per lo stato in cui versiamo tutti, noi e loro: cenciosi e coperti di pidocchi, sporchi e stanchi, smemori dell’ultimo bagno, dell’ultimo pasto, dell’ultimo sonno. Fatico a capire il senso di tutta questa distruzione. Sul ciglio della carrareccia, obici di grosso calibro stanno, come giganti di argilla chini e muti, in attesa di un risveglio futuro. I dispacci, portati dalle staffette, incrociano i reparti e le voci dicono che laddove noi avanziamo, il nemico, il altri punti più lontani del fronte resiste e prepara a propria volta un attacco massiccio che ci schiaccerà.

Volevo scrivere padre. Diventare un romanziere e viaggiare il più possibile per conoscere genti e luoghi. Non avrei mai immaginato di trovarmi a farlo in questo modo.

Saprò tornare quello di un tempo?

Lo vorrò?